Il nudo fotografico

Nel 1826, Joseph Nicéphore Niépce sviluppò la prima ripresa fotografica della storia, inaugurando lo strumento artistico della verità per eccellenza: la fotografia.
In particolare, in questo articolo scoprirete insieme a noi una categoria di questa Arte, importante per l’impatto “liberatorio” sulla società: il nudo fotografico.

Tuttavia, un paradosso caratterizza da secoli la cultura prevalente in Occidente: siamo bombardati da immagini e fotografie di corpi nudi – il più delle volte sessualizzati ed oggettificati.

Al contempo però mostrare il proprio corpo o solo alcune parti nude è ancora un tabù: pensiamo, ad esempio, al divieto sui social di pubblicare fotografie di capezzoli femminili.

Come sfida a questi dogmi di pudicizia, da sempre i/le fotografə ritraggono il corpo umano e la sua espressività da ogni prospettiva e con tecniche sempre più innovative.

In principio predominano i canoni classici

In epoca vittoriana, i nudi artistici ottennero riconoscimento grazie ai riferimenti all’antichità classica: essi avevano come soggetto gli dèi, i guerrieri, le dee e le ninfe.

Le pose, l’illuminazione, la messa a fuoco morbida e il ritocco manuale erano tecniche usate al fine di creare immagini fotografiche comparabili alle altre forme d’arte dell’epoca.

Successivamente, il nudo fotografico divenne un esercizio artistico di esplorazione e conoscenza del corpo umano, in tutte le sue sfaccettature.

Tuttavia il nudo rimane un soggetto controverso perché, a differenza della pittura e della scultura, la fotografia raffigura la nudità vera e propria.

Le fotografie di nudo avevano infatti l’obbligo, per poter circolare ed essere esposte ai Salon ufficiali, di possedere l’etichetta “après nature”.

Dall’epoca vittoriana ad oggi, dunque, le società occidentali accettano la rappresentazione della nudità nell’arte ma ritenevano – e ritengono tutt’ora – scandalosa quella vera.

Nella seconda metà dell’Ottocento, tuttavia, alcuni laboratori e atelier di fotografia si specializzarono nel genere del nudo e diedero vita a collaborazioni con famosi pittori contemporanei, come ad esempio quella tra Eugène Durieu e Eugène Delacroix.

Infine, nel corso del tempo, il nudo fotografico abbandona i riferimenti classici e stabilisce la propria identità nella rappresentazione della realtà, delineando due categorie: l’erotico ed il pornografico.

La distinzione nel nudo fotografico: erotico e pornografico

La distinzione tra le due non è immediata: dobbiamo prima comprendere l’obiettivo dell’artista quando sceglie di ritrarre il proprio soggetto.

Il nudo erotico, infatti, è un abile esercizio di “mostra ma non mostrare troppo”: la parte del corpo fotografata solletica l’immaginazione dell’osservatore e crea desiderio, senza essere troppo esplicita.

L’estetica e la creatività sono il fulcro del nudo; l’elemento erotico, anche se presente spesso, è secondario.

Invece il nudo pornografico usa il corpo nudo – attraverso pose provocanti ed immagini molto esplicite – come oggetto di consumo sia a scopo sessuale sia con scopi parodistici.

Il caso dell’Atelier dei Quattro Pontefici

Nel corso del 1800, infatti, la fotografia diventa inaspettatamente uno strumento usato nei bordelli del Vecchio Continente al punto da diventare, secondo Marshall McLuhan, “bordelli senza muri”.

Oltre a posare come modelle, le prostitute stesse si impadroniscono delle innovative tecniche fotografiche e diventano fotografe-pornografe in proprio.

Esemplare nella storia della fotografia è il cosiddetto caso dell’Atelier dei Quattro Pontefici, aperto nel 1850 a Roma da Martino Sauvedieu – poi italianizzato Martino Diotallevi.

Insieme a lui lavoravano anche la moglie Carolina, ex sarta e modella dell’Accademia, un eunuco di nome Antonio e la rispettiva moglie Costanza, anch’essa abile fotografa.

Questo bizzarro atelier si specializzò in immagini oscene, addirittura pornografiche, rappresentanti personalità famose dell’epoca tra cui re, regine, papi e uomini politici.

In particolare, secondo le fonti rimaste, Costanza aveva un’incredibile somiglianza con Maria Sofia di Borbone, la regina del Regno di Napoli.

La similarità tra le due tornò molto utile al quartetto nella creazione di immagini satiriche.

Grazie infatti alla tecnica del fotomontaggio – ideata nel 1857 da Oscar Gustav Rejlander – l’atelier produsse fotografie in cui papi, regnanti, personaggi come Garibaldi e Cavour sono immortalati in atti e pose pornografiche.

Secondo alcuni pettegolezzi, moltə stranierə da tutta Europa si sarebbero fermati all’atelier per sbirciare tra le immagini e comprare qualche provocante souvenir.

Il successo derivato dalle vendite di queste fotografie irriverenti è dirompente.

Tuttavia non era ancora l’epoca giusta per la genialità dei Quattro Pontefici: quelle fotografie avevano osato troppo ed infine urtato la sensibilità del buon costume.

Il 22 maggio 1862, le autorità irruppero nell’atelier ed arrestarono i quattro fondatori, mettendo fine alla migliore esperienza di avanguardia pornografica dell’epoca.

L’evoluzione e le derive del nudo fotografico

Il trauma della Prima Guerra Mondiale portò cambiamenti anche per il nudo fotografico: abbandonati i canoni convenzionali, i/le fotografə si dedicarono allo studio “più umano” del corpo nudo.

Tra di loro, si distinsero in particolare fotografə d’avanguardia come Man Ray, André Kertész, Hans Bellmer, Brassaï e Bill Brandt.

Successivamente la tendenza più interessante – inaugurata da Alfred Stieglitz – prevedeva immagini di nudo in ambienti intimi e personali, anziché un’idealizzazione distaccata dal soggetto ritratto.

Grazie allo studio ed al lavoro di Edward Weston, Imogen Cunningham e Ruth Bernhard, il nudo fotografico assume una prospettiva più intima.

Lo scopo diventa cogliere momenti di “nuda umanità” tra pose naturali e quasi indifferenti alla camera.

Sempre di più, gli/le artistə fanno della propria immagine l’oggetto più ricorrente o esclusivo della loro poetica. 

Infatti l’esibizione del corpo diventa un leitmotiv della Body Art negli anni Sessanta con Francesca Woodman. Definita come un talento prodigioso, questa fotografa nella sua breve carriera scattò più di 800 fotografie.

Francesca Woodman, About Being My Model, Providence, Rhode Island, 1976 © George and Betty Woodman NB: No toning, cropping, enlarging, or overprinting with text allowed.

Inoltre, numerosə fotografə contemporaneə declinano il nudo fotografico secondo la loro visione, ma anche secondo le necessità di una società consumistica ed ossessionata dalla nudità.

Citiamo dunque Augusto De Luca, Aleksandr Kargal’cev e Irving Penn, i quali con i loro scatti si avventurano oltre i confini creativi della tradizione.

Ed ancora Richard Avedon, Annie Leibovitz e Helmut Newton hanno scelto come soggetti dei propri nudi alcuni personaggi famosi, nudi o vestiti parzialmente.

In particolare, Helmut Newton raggiunge il successo planetario grazie al suo stile caratterizzato da scene erotiche, stilizzate, spesso con allusioni sado-masochiste e feticistiche.

Immancabile nel nostro piccolo excursus sul nudo fotografico è un artista come Robert Mapplethorpe.

Sopra le righe, volutamente provocatorie, le sue opere sfumano i confini tra l’erotismo e l’arte: lui stesso le considera al contempo immagini pornografiche e “high Art”.

Attraverso i suoi scatti erotici, Mapplethorpe ha esplorato una vasta gamma di soggetti sessuali, documentando la sottocultura BDSM di New York negli anni ’70, nudi maschili neri e nudi classici di bodybuilders femminili.

Conclusione

Grazie a questa recente Arte, pionierə come i/le fotografə sopra citatə hanno rotto definitivamente i canoni artistici della classicità.

La realtà è molto più complessa ed interessante della idealizzazione sterile proposta per secoli. Tuttavia, abbiamo ancora qualche problema a rappresentare soggetti non conformi: corpi grassi, corpi con disabilità ed anche corpi di persone di colore.

Rappresentare quindi i corpi veri con tutte le loro imperfezioni e potenzialità diventa un gesto rivoluzionario in una società che richiede solo la perfezione o lo conformità.

Noi di SupportART crediamo nell’importanza di promuovere nuovi punti di vista dietro un obiettivo: vuoi condividere anche tu i tuoi scatti e conoscere artistə/fotografə come te?
Non esitare a contattarci!

NFT e Artistə: cambia la Realtà ma non i nostri bisogni

Negli ultimi mesi del 2021 abbiamo assistito alla diffusione degli NFT con conseguente corsa alla creazione, via algoritmo, di intere collezioni di non-fungible tokens quotate e vendute per milioni di dollari a livello mondiale. Per avere una buona panoramica su queste nuove opere d’arte, facciamo un breve riassunto delle tappe “storiche” degli NFT.

Se osserviamo il boom e la conseguente evoluzione del mercato degli NFT, non ci troviamo di fronte ad un trend virale effimero: si tratta di una rivoluzione radicale del mondo dell’arte, che gioca secondo i propri schemi e le proprie gerarchie. Complice anche l’isolamento causato dalla pandemia, abbiamo adattato gran parte della nostra vita quotidiana al mondo digitale.

A guidare le persone il bisogno irrinunciabile di una community e la prospettiva di una ricchezza “facile”: non possiamo certo biasimare gli/le artistə che negli ultimi due anni sono stati privati della possibilità essenziale di esibire la propria arte al grande pubblico e trarne profitti. Tuttavia ogni stato di crisi (dal greco antico, letteralmente “punto di svolta”) comporta degli interrogativi sugli effetti preannunciati, soprattutto se riguardanti il mondo dell’Arte, così intrinsecamente ancora legato all’idea della manodopera e dell’unicità di ogni opera. Ci chiediamo quindi come possa essere tutelata l’unicità di ogni NFT e garantiti i diritti d’autore, già bersaglio facile dei lucratori – vedete il caso di Banksy, di cui innumerevoli volte è stato violato il copyright delle sue opere per semplice vendita di merchandising.
Per avere però una buona panoramica su queste nuove opere d’arte, facciamo un breve riassunto delle tappe “storiche” degli NFT.

Le Origini degli NFT

Gli NFT infatti proliferavano già da anni nel web, più precisamente dal 2017, con le prime “rudimentali” opere- considerate semplicemente dei meme all’epoca – come la serie di icone “Crypto Punks” ed l’icona loop “Nyan Cat” ( la prima Gen-Z ricorderà ancora il video su YouTube). La svolta è stata segnata dalla vendita di Everydays: The First 5,000 Days, opera digitale di Beeple, per 69 milioni di dollari all’asta. Oltre a rendere Beeple il terzo artista più costoso al mondo, questa vendita era la prima volta che una prestigiosa casa d’aste offriva un NFT e ciò ha dato prestigio e convalida al nuovo mercato NFT – prima apparentemente condannato alla nicchia digitale.

Ad approfittare dell’emergente notorietà degli NFT ci ha pensato il gruppo BAYC con la serie in 10.000 parti “Bored Ape Yacht Club” – lanciata a maggio – presenta una serie di scimmie con diverse caratteristiche frutto della combinazione casuale dell’ algoritmo impostato. Ad un anno dal successo è innegabile il dominio di Bored Ape Yacht Club sul mercato NFT: basti pensare che il prezzo medio per una singola scimmia si aggira attorno ai 183.820,24€.

Tuttavia l’elemento chiave che ha permesso l’ascesa di questa icona è la garanzia di uno status speciale al compratore/compratrice che consente di accedere ad una community di persone “affini”. Immaginiamolo come il Golden Ticket – trovato non per semplice fortuna ma acquistato volontariamente con un obiettivo specifico – che vi permetterebbe di accedere alla cerchia più esclusiva al mondo. Tra gli attuali 6262 proprietari di BAYC infatti possiamo contare Snoop Dogg, Eminem, Paris Hilton e Madonna: la possibilità di entrare in contatto con una tra le persone più influenti al mondo in un prossimo Metaverso alletterebbe chiunque, specialmente gli/le artistə che cercano una community in grado di tutelarlə in questo nuovo mercato.

A questo fine sono state prontamente create delle piattaforme come il registro dei domini .ART, la quale ha permesso ai creatori di ancorare le loro collezioni, formare comunità e raggiungere un nuovo pubblico.

Il “Rinascimento digitale”

L’ascesa del mercato NFT ha sottolineato l’importanza della digital security e della legge sul copyright in un mondo digitale in cui è necessario garantire un sistema che prevenga il rischio di furti d’arte e tuteli gli/le artistə indipendentemente dal loro successo. Piattaforme come .ART forniscono quindi uno spazio sicuro in cui caricare e vendere i propri NFT senza la preoccupazione che possano essere “rubati” e copiati, nonostante l’elemento imprescindibile di un NFT sia proprio la sua unicità. Inoltre .ART si pone come mediatore in grado di collegare il mondo digitale con le gallerie tradizionali, i musei e le case d’aste.

Questa trasformazione del mercato dell’arte è stata determinata dalla pandemia, che ha portato le vendite di arte online a salire dal 9% al 25% delle vendite d’arte globali totali nel 2021, secondo Art Basel. Tramite le piattaforme create ad hoc, gli/le artistə ora possono formare connessioni più profonde con i collezionisti e gli NFT hanno contribuito a istigare un passaggio dal consumo alla condivisione, secondo il fondatore di ART Ulvi Kasimov.

Da qui l’affermazione per cui – in base alla ricerca Mapping the NFT revolution condotta dal team di Mauro Martino – la tecnologia blockchain, e gli NFT in particolare, hanno innescato un “rinascimento dell’arte digitale”. Per quanto potremmo dubitare di tale affermazione – forti nel nostro nostalgico attaccamento per l’arte visiva tradizionale e lo splendore del Rinascimento italiano – viviamo in tempi frenetici in cui sembra impossibile rimanere costantemente al passo e prevedere l’evoluzione di fenomeno finora considerati intoccabili ed insuperabili: la strategia per il miglior adattamento è la rete o la comunità in grado di tutelarci, di rispondere ai nuovi bisogni ed alla possibilità di realizzarci.

Ricordiamoci infatti che l’Arte non è un simulacro distaccato dalla nostra vita, ma nasce e si trasforma insieme all’essere umano: siamo noi a definire cosa è arte ed a conferire canoni e chiavi di lettura. Di pari passo con la nostra evoluzione progressiva verso la realtà virtuale abbiamo intrapreso anche una virtualizzazione delle arti, trasponendo l’istinto creativo e la condivisione della bellezza online.

Conclusioni

In una recente intervista per Creative Bloq, l’artista VFX Bilali Mack condivide il suo ottimismo verso la rivoluzione dell’arte, in quanto gli NFT e la tecnologia blockchain potrebbero finalmente garantire un empowerment per gli/le artistə, in particolare per coloro appartenenti a minoranze etniche e/o sociali finora indubbiamente discriminate nel mondo dell’arte: “Gli NFT sono un ottimo modo per livellare il campo di gioco per le persone di colore, per le donne, per qualsiasi comunità che si possa immaginare che sia stata priva di diritti civili o sia stata lasciata fuori in qualche modo“, afferma Mack. Quindi gli NFT rappresentano la possibilità per nuove voci di emergere e di realizzare innovativi progetti che altrimenti verrebbero ignorati dai media mainstream e dai bias dell’algoritmo sui social media: ciò è possibile perché tuttə gli/le artistə possono avere accesso a raccolte fondi ed avere il controllo completo del loro messaggio e della loro arte.

Riassumendo le opinioni condivise dagli/dalle artistə, tre sono i fattori che hanno inciso maggiormente sul passaggio all’arte virtuale e scatenato la quasi precipitosa corsa a fine del 2021 per unirsi alle piattaforme come OpenSea e .ART: indipendenza, accessibilità e comunità. Inoltre le possibilità di guadagno sono nettamente superiori senza l’intercessione di studi o gallerie d’arte e gli/le artistə nel mondo digitale stanno finalmente ottenendo il controllo del loro successo.

Nonostante le difficoltà rappresentate dal nuovo mercato degli NFT e l’incertezza che accompagna i primi passi verso la costruzione ed affermazione di un delicato “ecosistema” virtuale, è innegabile che il cambiamento stia avvenendo e sia un’opportunità per stabilire nuove regole che garantiscano equità e tutela per gli/le artistə.

Anche noi si SupportART vogliamo fare parte di questa innovativa frontiera dell’Arte, poiché crediamo nell’importanza di creare una community sicura e stimolante per qualunque artista. Anziché rimanere sospesə nel timore di correre il rischio, vogliamo mettere a vostra disposizione una sezione del nostro sito e della nostra comunità per vendere e comprare NFT in modo sicuro. Se siete anche voi dei/delle creatorə che cercano una piattaforma per le proprie opere digitali o conoscete qualcuno a cui potrebbe essere utile, non esitate a contattarci: la rivoluzione dell’arte è un’occasione per creare comunità e realizzare al meglio il potenziale della realtà virtuale.

Biennale Arte 2022: Sogni su una nuova Umanità

Siamo affamatə di arte, di nuove prospettive, di riscoperta attraverso paradigmi che rompano con la tradizione, di risposte alle nostre inquietudini: la Biennale d’Arte può offrirci gli spunti per la ripartenza, guidandoci in un percorso onirico e pionieristico sulla nostra umanità.
Il nostro team di SupportART si è immerso pochi giorni fa in questo viaggio introspettivo ed al contempo collettivo per rendere ora partecipi anche voi, seppure consigliamo a tuttə di partecipare in prima persona a questa esposizione.

Posticipata di un anno a causa della pandemia Covid-19, da poche settimane è stata inaugurata la 59. Esposizione Internazionale d’Artesi svolgerà dal 23 aprile al 27 novembre 2022 – organizzata dalla Biennale di Venezia e curata da Cecilia Alemani, (nota doverosa: per la prima volta negli oltre 127 anni di storia dell’istituzione veneziana, è una donna a ricoprire il ruolo di curatore e direttore artistico).

La Mostra “Il latte dei sogni” prende il titolo da un libro di favole di Leonora Carrington in cui l’artista surrealista descrive “un mondo magico nel quale la vita viene costantemente reinventata attraverso il prisma dell’immaginazione e nel quale è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da sé”. Ed è proprio questo titolo, sotto forma di monolite bianco, ad accoglierci all’ingresso della mostra all’Arsenale: una tela candida, quasi un invito ad abbandonare i canoni tradizionali e le considerazioni scolpite nelle nostre menti sull’arte e ad accogliere un successivo caleidoscopio di colori, forme, corpi, quasi-corpi, passati e futuri possibili per l’essere umano.

Gli artisti hanno infatti sviscerato e rielaborato secondo la loro prospettiva i temi centrali proposti, quali: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, la relazione tra gli individui e le tecnologie, i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra. Nonostante siano temi da sempre indagati per mezzo delle arti, l’innovazione palpabile della 59. Esposizione Internazionale è amplificare i punti di vista e le storie fino ad ora escluse in un panorama governato da una visione patriarcale e occidentalizzante.

Vengono esposte infatti 1433 opere firmate da 213 artistə provenienti da 58 nazioni e, per la prima volta, una mostra del calibro della Biennale d’Arte di Venezia sceglie consapevolmente di promuovere artistə donne, trans, non-binary, POCs ed artistə indigeni.
Secondo la critica, divisa in due fazioni in queste prime settimane dall’apertura tra chi apprezza la sfida de Il latte dei sogni e chi invece è rimasto disorientato dalla prospettiva intersezionale, si può comunque parlare di una riscrittura della storia dell’arte. Forse in questi anni di pandemia abbiamo sviluppato un nuovo appetito – stanchi e stanche ormai di una arte bigotta e cristallizzata: abbiamo assunto maggiore consapevolezza sulle disparità sociali e sul ruolo della cultura per abbattere le discriminazioni perpetrate ed ora vogliamo vedere rappresentato questo nuovo mondo che si discosta dai canoni classici e dai costrutti sociali occidentali.

Sembrano assurde dunque le accuse rivolte da alcuni critici di aver “strizzato troppo l’occhio al politically correct”: da sempre vi è uno scambio simbiotico tra l’arte ed il sociale – in alcuni casi è impossibile scinderli tra loro – ed in questo momento storico così inquieto gli/le artistə hanno percepito una nuova era di consapevolezza, di ricerca e di rivalutazione della visione moderna e occidentale dell’essere umano – in particolare la presunta idea universale di un soggetto bianco e maschio, “uomo della ragione” – come il centro dell’universo e come misura di tutte le cose.
È questa decostruzione dell’ideale a rapire lo sguardo: a noi spettatorə la scelta di farci trasportare in questo viaggio intimo sull’essenza e sull’esperienza dell’essere umano secondo il ritmo anarchico dei sogni. Il nostro percorso si è aperto infatti con i quadri in bianco e nero dell’artista cubana Belkis Ayòn che diventano preludio del racconto sui corpi, sui miti e sulla spiritualità delle culture postcoloniali finora rimaste sconosciute o “di nicchia” nel panorama artistico italiano.
Proprio l’inclusione di questi punti di vista variegati apre lo sguardo alle storie di esclusione e di discriminazione basate sull’identità personale e nazionale grazie alle opere di Simone Leigh, Gabriel Chaile, Rosana Paulin, Safia Farhat e Tau Lewis (per citare alcunǝ artistǝ che ci hanno particolarmente colpito). Con ciò l’indagine sulla definizione di umano e sul suo cambiamento si snoda attraverso opere dall’impatto arcaico e psichedelico in grado di coinvolgere i sensi, facendo leva sulla nostra curiosità verso il bizzarro.

Dalla comunione dell’essere umano con la natura – spinta fino alla fusione – si passa alla possibilità di un’umanità cyborg, biologicamente integrata con la tecnologia artificiale che permette funzioni ed abilità potenziate in una società che ordina prestazioni sempre più meccanizzate. Se credete di avere visto abbastanza con alcune puntate di Black Mirror, le artiste Marianne Brandt, Tishan Hsu e Louise Nevelson si sono spinte ben oltre nel rappresentare questi possibili ibridi tra essere umano e macchina.

Sebbene tutte le opere siano intrise di una componente di denuncia sociale, assumono un ruolo monumentale le installazioni di Barbara Kruger – spietata nella critica contro il giuramento alla bandiera americana e contro l’influenza mediatica – e di Lynn Hershman Leeson, impegnata invece con temi di sorveglianza, privacy ed intelligenza artificiale. Attraverso un Neo Surrealismo vivificante ed intriso di attivismo, nelle sale dell’Arsenale dominano pittura, fotografia, linguaggio grafico e arazzi, mentre la scultura e le installazioni audiovisive occupano uno spazio proprio che ne accentua la rilevanza quasi sacrale e di grande impatto visivo: potreste rimanere anche voi affascinatə e colpitə nel contemplare i video degli/delle artistə Luyang, Diego Marcon e Marianna Simnett. Senza svelarvi ulteriori dettagli e rischiare eccessivi spoiler, il nostro viaggio all’interno dell’Arsenale si conclude con toni quasi mistici attraverso – letteralmente – l’installazione dell’artista Precious Okoyomon.

Una selva oscura che ci riporta agli albori dell’umanità, al timore reverenziale di trovarsi immersi nella natura e di confrontarsi con parti più intime della nostra essenza umana. Lasciandoci alle spalle questa foresta quasi primordiale, suonano ancora più vere le riflessioni della curatrice Cecilia Alemani: “La pressione della tecnologia, l’acutizzarsi di tensioni sociali, lo scoppio della pandemia e la minaccia di incipienti disastri ambientali ci ricordano ogni giorno che, in quanto corpi mortali, non siamo né invincibili né autosufficienti, piuttosto siamo parte di un sistema di dipendenze simbiotiche che ci legano gli uni con gli altri, ad altre specie e all’intero pianeta”.

Forse ora vi starete chiedendo il perché SupportART abbia condiviso questa review su Il latte dei sogni basata semplicemente sull’esperienza personale del nostro team. Crediamo che questo sia il modo migliore per valorizzare l’arte, a partire dal racconto con umiltà e con entusiasmo delle emozioni e delle riflessioni che le opere esposte ci hanno suscitato.
Sosteniamo inoltre che l’arte non sia un mondo a sé stante, distaccato dalla vita di tutti i giorni e dalle nostre routine frenetiche: l’arte è condivisione, è un tassello fondamentale della nostra umanità che ci permette di conoscere altre persone, altre culture, altre prospettive e di stringere un legame con il mondo e con noi stessə.

Noi di SupportART vogliamo prenderci cura di questa potente condivisione e degli/delle artistə che volessero prendere parte alla nostra community. La nostra missione infatti non è trarre profitti sterili dalle arti, ma costruire e coltivare una rete di supporto e di condivisione tra artistə – riferendoci al ruolo “professionale” – e chiunque ami l’arte e voglia contribuire con le proprie abilità e possibilità a supportarla. Proprio a partire dai/dalle grandə artistə del passato – quei giganti che ci hanno lasciato opere di cui ancora parliamo, ci innamoriamo, usiamo come riferimento per le battaglie personali e collettive – vogliamo dare la possibilità agli/alle artistə contemporaneə di creare sotto forma di tutte le arti.

Non ci fermiamo infatti solo alle arti visive: continuate a seguirci, presto vi faremo conoscere tutte le nostre iniziative! E nel frattempo, se avete la possibilità, vi consigliamo di perdervi per qualche ora nel mondo profondamente umano dei sogni nelle sale dell’Arsenale.

FIN