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Biennale Arte 2022: Sogni su una nuova Umanità

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Da poche settimane è stata inaugurata la Biennale d'Arte di Venezia del 2022. Il team di SupportART si è immerso nella Mostra. Queste le nostre impressioni.

Pubblicato da

Silvia Cattelan

Siamo affamatə di arte, di nuove prospettive, di riscoperta attraverso paradigmi che rompano con la tradizione, di risposte alle nostre inquietudini: la Biennale d’Arte può offrirci gli spunti per la ripartenza, guidandoci in un percorso onirico e pionieristico sulla nostra umanità.
Il nostro team di SupportART si è immerso pochi giorni fa in questo viaggio introspettivo ed al contempo collettivo per rendere ora partecipi anche voi, seppure consigliamo a tuttə di partecipare in prima persona a questa esposizione.

Posticipata di un anno a causa della pandemia Covid-19, da poche settimane è stata inaugurata la 59. Esposizione Internazionale d’Artesi svolgerà dal 23 aprile al 27 novembre 2022 – organizzata dalla Biennale di Venezia e curata da Cecilia Alemani, (nota doverosa: per la prima volta negli oltre 127 anni di storia dell’istituzione veneziana, è una donna a ricoprire il ruolo di curatore e direttore artistico).

La Mostra “Il latte dei sogni” prende il titolo da un libro di favole di Leonora Carrington in cui l’artista surrealista descrive “un mondo magico nel quale la vita viene costantemente reinventata attraverso il prisma dell’immaginazione e nel quale è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da sé”. Ed è proprio questo titolo, sotto forma di monolite bianco, ad accoglierci all’ingresso della mostra all’Arsenale: una tela candida, quasi un invito ad abbandonare i canoni tradizionali e le considerazioni scolpite nelle nostre menti sull’arte e ad accogliere un successivo caleidoscopio di colori, forme, corpi, quasi-corpi, passati e futuri possibili per l’essere umano.

Gli artisti hanno infatti sviscerato e rielaborato secondo la loro prospettiva i temi centrali proposti, quali: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, la relazione tra gli individui e le tecnologie, i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra. Nonostante siano temi da sempre indagati per mezzo delle arti, l’innovazione palpabile della 59. Esposizione Internazionale è amplificare i punti di vista e le storie fino ad ora escluse in un panorama governato da una visione patriarcale e occidentalizzante.

Vengono esposte infatti 1433 opere firmate da 213 artistə provenienti da 58 nazioni e, per la prima volta, una mostra del calibro della Biennale d’Arte di Venezia sceglie consapevolmente di promuovere artistə donne, trans, non-binary, POCs ed artistə indigeni.
Secondo la critica, divisa in due fazioni in queste prime settimane dall’apertura tra chi apprezza la sfida de Il latte dei sogni e chi invece è rimasto disorientato dalla prospettiva intersezionale, si può comunque parlare di una riscrittura della storia dell’arte. Forse in questi anni di pandemia abbiamo sviluppato un nuovo appetito – stanchi e stanche ormai di una arte bigotta e cristallizzata: abbiamo assunto maggiore consapevolezza sulle disparità sociali e sul ruolo della cultura per abbattere le discriminazioni perpetrate ed ora vogliamo vedere rappresentato questo nuovo mondo che si discosta dai canoni classici e dai costrutti sociali occidentali.

Sembrano assurde dunque le accuse rivolte da alcuni critici di aver “strizzato troppo l’occhio al politically correct”: da sempre vi è uno scambio simbiotico tra l’arte ed il sociale – in alcuni casi è impossibile scinderli tra loro – ed in questo momento storico così inquieto gli/le artistə hanno percepito una nuova era di consapevolezza, di ricerca e di rivalutazione della visione moderna e occidentale dell’essere umano – in particolare la presunta idea universale di un soggetto bianco e maschio, “uomo della ragione” – come il centro dell’universo e come misura di tutte le cose.
È questa decostruzione dell’ideale a rapire lo sguardo: a noi spettatorə la scelta di farci trasportare in questo viaggio intimo sull’essenza e sull’esperienza dell’essere umano secondo il ritmo anarchico dei sogni. Il nostro percorso si è aperto infatti con i quadri in bianco e nero dell’artista cubana Belkis Ayòn che diventano preludio del racconto sui corpi, sui miti e sulla spiritualità delle culture postcoloniali finora rimaste sconosciute o “di nicchia” nel panorama artistico italiano.
Proprio l’inclusione di questi punti di vista variegati apre lo sguardo alle storie di esclusione e di discriminazione basate sull’identità personale e nazionale grazie alle opere di Simone Leigh, Gabriel Chaile, Rosana Paulin, Safia Farhat e Tau Lewis (per citare alcunǝ artistǝ che ci hanno particolarmente colpito). Con ciò l’indagine sulla definizione di umano e sul suo cambiamento si snoda attraverso opere dall’impatto arcaico e psichedelico in grado di coinvolgere i sensi, facendo leva sulla nostra curiosità verso il bizzarro.

Dalla comunione dell’essere umano con la natura – spinta fino alla fusione – si passa alla possibilità di un’umanità cyborg, biologicamente integrata con la tecnologia artificiale che permette funzioni ed abilità potenziate in una società che ordina prestazioni sempre più meccanizzate. Se credete di avere visto abbastanza con alcune puntate di Black Mirror, le artiste Marianne Brandt, Tishan Hsu e Louise Nevelson si sono spinte ben oltre nel rappresentare questi possibili ibridi tra essere umano e macchina.

Sebbene tutte le opere siano intrise di una componente di denuncia sociale, assumono un ruolo monumentale le installazioni di Barbara Kruger – spietata nella critica contro il giuramento alla bandiera americana e contro l’influenza mediatica – e di Lynn Hershman Leeson, impegnata invece con temi di sorveglianza, privacy ed intelligenza artificiale. Attraverso un Neo Surrealismo vivificante ed intriso di attivismo, nelle sale dell’Arsenale dominano pittura, fotografia, linguaggio grafico e arazzi, mentre la scultura e le installazioni audiovisive occupano uno spazio proprio che ne accentua la rilevanza quasi sacrale e di grande impatto visivo: potreste rimanere anche voi affascinatə e colpitə nel contemplare i video degli/delle artistə Luyang, Diego Marcon e Marianna Simnett. Senza svelarvi ulteriori dettagli e rischiare eccessivi spoiler, il nostro viaggio all’interno dell’Arsenale si conclude con toni quasi mistici attraverso – letteralmente – l’installazione dell’artista Precious Okoyomon.

Una selva oscura che ci riporta agli albori dell’umanità, al timore reverenziale di trovarsi immersi nella natura e di confrontarsi con parti più intime della nostra essenza umana. Lasciandoci alle spalle questa foresta quasi primordiale, suonano ancora più vere le riflessioni della curatrice Cecilia Alemani: “La pressione della tecnologia, l’acutizzarsi di tensioni sociali, lo scoppio della pandemia e la minaccia di incipienti disastri ambientali ci ricordano ogni giorno che, in quanto corpi mortali, non siamo né invincibili né autosufficienti, piuttosto siamo parte di un sistema di dipendenze simbiotiche che ci legano gli uni con gli altri, ad altre specie e all’intero pianeta”.

Forse ora vi starete chiedendo il perché SupportART abbia condiviso questa review su Il latte dei sogni basata semplicemente sull’esperienza personale del nostro team. Crediamo che questo sia il modo migliore per valorizzare l’arte, a partire dal racconto con umiltà e con entusiasmo delle emozioni e delle riflessioni che le opere esposte ci hanno suscitato.
Sosteniamo inoltre che l’arte non sia un mondo a sé stante, distaccato dalla vita di tutti i giorni e dalle nostre routine frenetiche: l’arte è condivisione, è un tassello fondamentale della nostra umanità che ci permette di conoscere altre persone, altre culture, altre prospettive e di stringere un legame con il mondo e con noi stessə.

Noi di SupportART vogliamo prenderci cura di questa potente condivisione e degli/delle artistə che volessero prendere parte alla nostra community. La nostra missione infatti non è trarre profitti sterili dalle arti, ma costruire e coltivare una rete di supporto e di condivisione tra artistə – riferendoci al ruolo “professionale” – e chiunque ami l’arte e voglia contribuire con le proprie abilità e possibilità a supportarla. Proprio a partire dai/dalle grandə artistə del passato – quei giganti che ci hanno lasciato opere di cui ancora parliamo, ci innamoriamo, usiamo come riferimento per le battaglie personali e collettive – vogliamo dare la possibilità agli/alle artistə contemporaneə di creare sotto forma di tutte le arti.

Non ci fermiamo infatti solo alle arti visive: continuate a seguirci, presto vi faremo conoscere tutte le nostre iniziative! E nel frattempo, se avete la possibilità, vi consigliamo di perdervi per qualche ora nel mondo profondamente umano dei sogni nelle sale dell’Arsenale.

FIN

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