Il nudo fotografico

Nel 1826, Joseph Nicéphore Niépce sviluppò la prima ripresa fotografica della storia, inaugurando lo strumento artistico della verità per eccellenza: la fotografia.
In particolare, in questo articolo scoprirete insieme a noi una categoria di questa Arte, importante per l’impatto “liberatorio” sulla società: il nudo fotografico.

Tuttavia, un paradosso caratterizza da secoli la cultura prevalente in Occidente: siamo bombardati da immagini e fotografie di corpi nudi – il più delle volte sessualizzati ed oggettificati.

Al contempo però mostrare il proprio corpo o solo alcune parti nude è ancora un tabù: pensiamo, ad esempio, al divieto sui social di pubblicare fotografie di capezzoli femminili.

Come sfida a questi dogmi di pudicizia, da sempre i/le fotografə ritraggono il corpo umano e la sua espressività da ogni prospettiva e con tecniche sempre più innovative.

In principio predominano i canoni classici

In epoca vittoriana, i nudi artistici ottennero riconoscimento grazie ai riferimenti all’antichità classica: essi avevano come soggetto gli dèi, i guerrieri, le dee e le ninfe.

Le pose, l’illuminazione, la messa a fuoco morbida e il ritocco manuale erano tecniche usate al fine di creare immagini fotografiche comparabili alle altre forme d’arte dell’epoca.

Successivamente, il nudo fotografico divenne un esercizio artistico di esplorazione e conoscenza del corpo umano, in tutte le sue sfaccettature.

Tuttavia il nudo rimane un soggetto controverso perché, a differenza della pittura e della scultura, la fotografia raffigura la nudità vera e propria.

Le fotografie di nudo avevano infatti l’obbligo, per poter circolare ed essere esposte ai Salon ufficiali, di possedere l’etichetta “après nature”.

Dall’epoca vittoriana ad oggi, dunque, le società occidentali accettano la rappresentazione della nudità nell’arte ma ritenevano – e ritengono tutt’ora – scandalosa quella vera.

Nella seconda metà dell’Ottocento, tuttavia, alcuni laboratori e atelier di fotografia si specializzarono nel genere del nudo e diedero vita a collaborazioni con famosi pittori contemporanei, come ad esempio quella tra Eugène Durieu e Eugène Delacroix.

Infine, nel corso del tempo, il nudo fotografico abbandona i riferimenti classici e stabilisce la propria identità nella rappresentazione della realtà, delineando due categorie: l’erotico ed il pornografico.

La distinzione nel nudo fotografico: erotico e pornografico

La distinzione tra le due non è immediata: dobbiamo prima comprendere l’obiettivo dell’artista quando sceglie di ritrarre il proprio soggetto.

Il nudo erotico, infatti, è un abile esercizio di “mostra ma non mostrare troppo”: la parte del corpo fotografata solletica l’immaginazione dell’osservatore e crea desiderio, senza essere troppo esplicita.

L’estetica e la creatività sono il fulcro del nudo; l’elemento erotico, anche se presente spesso, è secondario.

Invece il nudo pornografico usa il corpo nudo – attraverso pose provocanti ed immagini molto esplicite – come oggetto di consumo sia a scopo sessuale sia con scopi parodistici.

Il caso dell’Atelier dei Quattro Pontefici

Nel corso del 1800, infatti, la fotografia diventa inaspettatamente uno strumento usato nei bordelli del Vecchio Continente al punto da diventare, secondo Marshall McLuhan, “bordelli senza muri”.

Oltre a posare come modelle, le prostitute stesse si impadroniscono delle innovative tecniche fotografiche e diventano fotografe-pornografe in proprio.

Esemplare nella storia della fotografia è il cosiddetto caso dell’Atelier dei Quattro Pontefici, aperto nel 1850 a Roma da Martino Sauvedieu – poi italianizzato Martino Diotallevi.

Insieme a lui lavoravano anche la moglie Carolina, ex sarta e modella dell’Accademia, un eunuco di nome Antonio e la rispettiva moglie Costanza, anch’essa abile fotografa.

Questo bizzarro atelier si specializzò in immagini oscene, addirittura pornografiche, rappresentanti personalità famose dell’epoca tra cui re, regine, papi e uomini politici.

In particolare, secondo le fonti rimaste, Costanza aveva un’incredibile somiglianza con Maria Sofia di Borbone, la regina del Regno di Napoli.

La similarità tra le due tornò molto utile al quartetto nella creazione di immagini satiriche.

Grazie infatti alla tecnica del fotomontaggio – ideata nel 1857 da Oscar Gustav Rejlander – l’atelier produsse fotografie in cui papi, regnanti, personaggi come Garibaldi e Cavour sono immortalati in atti e pose pornografiche.

Secondo alcuni pettegolezzi, moltə stranierə da tutta Europa si sarebbero fermati all’atelier per sbirciare tra le immagini e comprare qualche provocante souvenir.

Il successo derivato dalle vendite di queste fotografie irriverenti è dirompente.

Tuttavia non era ancora l’epoca giusta per la genialità dei Quattro Pontefici: quelle fotografie avevano osato troppo ed infine urtato la sensibilità del buon costume.

Il 22 maggio 1862, le autorità irruppero nell’atelier ed arrestarono i quattro fondatori, mettendo fine alla migliore esperienza di avanguardia pornografica dell’epoca.

L’evoluzione e le derive del nudo fotografico

Il trauma della Prima Guerra Mondiale portò cambiamenti anche per il nudo fotografico: abbandonati i canoni convenzionali, i/le fotografə si dedicarono allo studio “più umano” del corpo nudo.

Tra di loro, si distinsero in particolare fotografə d’avanguardia come Man Ray, André Kertész, Hans Bellmer, Brassaï e Bill Brandt.

Successivamente la tendenza più interessante – inaugurata da Alfred Stieglitz – prevedeva immagini di nudo in ambienti intimi e personali, anziché un’idealizzazione distaccata dal soggetto ritratto.

Grazie allo studio ed al lavoro di Edward Weston, Imogen Cunningham e Ruth Bernhard, il nudo fotografico assume una prospettiva più intima.

Lo scopo diventa cogliere momenti di “nuda umanità” tra pose naturali e quasi indifferenti alla camera.

Sempre di più, gli/le artistə fanno della propria immagine l’oggetto più ricorrente o esclusivo della loro poetica. 

Infatti l’esibizione del corpo diventa un leitmotiv della Body Art negli anni Sessanta con Francesca Woodman. Definita come un talento prodigioso, questa fotografa nella sua breve carriera scattò più di 800 fotografie.

Francesca Woodman, About Being My Model, Providence, Rhode Island, 1976 © George and Betty Woodman NB: No toning, cropping, enlarging, or overprinting with text allowed.

Inoltre, numerosə fotografə contemporaneə declinano il nudo fotografico secondo la loro visione, ma anche secondo le necessità di una società consumistica ed ossessionata dalla nudità.

Citiamo dunque Augusto De Luca, Aleksandr Kargal’cev e Irving Penn, i quali con i loro scatti si avventurano oltre i confini creativi della tradizione.

Ed ancora Richard Avedon, Annie Leibovitz e Helmut Newton hanno scelto come soggetti dei propri nudi alcuni personaggi famosi, nudi o vestiti parzialmente.

In particolare, Helmut Newton raggiunge il successo planetario grazie al suo stile caratterizzato da scene erotiche, stilizzate, spesso con allusioni sado-masochiste e feticistiche.

Immancabile nel nostro piccolo excursus sul nudo fotografico è un artista come Robert Mapplethorpe.

Sopra le righe, volutamente provocatorie, le sue opere sfumano i confini tra l’erotismo e l’arte: lui stesso le considera al contempo immagini pornografiche e “high Art”.

Attraverso i suoi scatti erotici, Mapplethorpe ha esplorato una vasta gamma di soggetti sessuali, documentando la sottocultura BDSM di New York negli anni ’70, nudi maschili neri e nudi classici di bodybuilders femminili.

Conclusione

Grazie a questa recente Arte, pionierə come i/le fotografə sopra citatə hanno rotto definitivamente i canoni artistici della classicità.

La realtà è molto più complessa ed interessante della idealizzazione sterile proposta per secoli. Tuttavia, abbiamo ancora qualche problema a rappresentare soggetti non conformi: corpi grassi, corpi con disabilità ed anche corpi di persone di colore.

Rappresentare quindi i corpi veri con tutte le loro imperfezioni e potenzialità diventa un gesto rivoluzionario in una società che richiede solo la perfezione o lo conformità.

Noi di SupportART crediamo nell’importanza di promuovere nuovi punti di vista dietro un obiettivo: vuoi condividere anche tu i tuoi scatti e conoscere artistə/fotografə come te?
Non esitare a contattarci!

Scandali d’Arte: le tre teste di Modigliani

Alcuni sono passati alla storia, altri sono stati relegati a scoop di nicchia per gli/le appassionate: parliamo di scandali legati al mondo dell’Arte.
Vi raccontiamo quindi la burla più riuscita e famosa nella storia dell’arte: tre giovani studenti riuscirono ad ingannare i migliori critici dell’epoca in quello che è conosciuto come il caso delle tre teste di Modigliani.

Furti, aneddoti leziosi su artiste improbabili, scambi, plagi o falsi spacciati per opere originali – più di quanto potremmo aspettarci ci sono vicende scandalose da svelare.

Foto storica in bianco e nero ritraente scultura di testa di Modigliani, 1984.

Da Livorno a Parigi: la storia di Modigliani

Amedeo Modigliani (1884-1920) – affettuosamente soprannominato Modì – fu un pittore e scultore rinomato soprattutto per i ritratti ed i nudi femminili dallo stile moderno unico. Contemporaneo del movimento artistico dei cubisti, non si riconobbe mai in alcuna corrente, preferendo l’originalità del proprio genio creativo.

Foto storica in bianco e nero ritraente artista Amedeo Modigliani.

Cresciuto a Livorno, l’artista ebbe sempre un rapporto travagliato con la città natale: incompreso e deriso dagli amici e dai colleghi intellettuali, si trasferì nel 1906 a Parigiall’epoca il fulcro dell’avanguardia in Europa.

Modigliani morì prematuramente a Parigi a causa della tubercolosi, ma la sua fama crebbe fino a consacrarlo come uno dei migliori artisti italiani del XX secolo.

La nostra vicenda scandalosa ha inizio proprio qui: con i festeggiamenti indetti dalla città di Livorno per il centenario della nascita del più illustre cittadino.

La leggenda delle tre teste di Modigliani

Nel 1984 infatti, viene allestita una mostra al Museo d’Arte Moderna di Villa Maria, curata dai fratelli Dario e Vera Durbè.

La mostra tuttavia rischiava di essere un fallimento a causa dello scarso numero di opere esposteLivorno vantava di avere solo 4 delle 26 sculture riconosciute all’artista – e del poco interesse da parte del pubblico.

Consapevoli del potere di un mito alimentato, i due rispolverarono una vecchia diceria: Modigliani avrebbe gettato nel Fosso Reale quattro sue sculture in uno scatto d’ira, dopo l’ennesimo scherno da parte degli amici artisti livornesi.

È l’occasione giusta per scoprire la verità su quella leggenda: il comune di Livorno finanziò quindi una scavatrice che per sette giorni perlustrò, senza risultati, i fossi livornesi nei pressi del presunto lancio.

Foto storica in b/n ritraente folla durante le ricerche a Livorno, 1984.

“Abbiamo deciso di fargli trovare qualcosa”

Tra i tanti spettatori che seguivano le assidue ricerche, tre studenti universitari – Michele Ghelarducci, Pietro Luridiana e Pierfrancesco Ferrucci – decisero di contribuire a modo loro agli sforzi.

I tre riprodussero una testa nello stile dell’artista, muniti di martello e trapano elettrico: il risultato era una riproduzione fedele e convincente.

Tuttavia i ragazzi agirono con la consapevolezza che il loro scherzo non avrebbe retto, dato che i critici avrebbero sicuramente riconosciuto il falso.

In seguito dichiararono: “Visto che non trovavano niente, abbiamo deciso noi di fargli trovare qualcosa!”.

Foto storica in b/n ritraente tre giovani studenti con riproduzione testa di Modigliani.

A loro insaputa, tuttavia, lo scultore livornese Angelo Froglia ebbe la loro medesima idea, gettando nel fiume altre due teste. La sua non voleva essere una burla, anzi l’artista dichiarò che la sua era stata “[…] un’operazione estetico-artistica per verificare fino a che punto la gente, i critici, i mass-media creano dei miti”.

Foto storica in b/n di artista Angelo Froglia con scultura di testa, 1984.

Il mondo dell’Arte festeggia il ritrovamento

All’ottavo giorno di ricerca, dunque, avviene il vero miracolo: la ruspa ripescò tre sculture e la somiglianza di stile non lasciò dubbi sull’appartenenza al Modì.

La risposta dei critici d’arte vide da una parte Federico Zeri negare subito l’attribuzione, mentre dall’altra Dario e Vera Durbé e ancora Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi attribuirono le teste con certezza a Modigliani.

Proprio il critico Giulio Carlo Argan, sotto i riflettori televisivi annunciò: “Le teste sono certamente autentiche!”.

Foto riproduzione testa di Modigliani, 1984.

Non ci crederete, ma per 40 giorni la burla resse tra le esultanze della città di Livorno e dei critici d’arte che vantavano il merito di aver ritrovato le preziose opere di Modigliani.

La notizia portò Livorno alla ribalta della cronaca e turisti e media di tutto il mondo invasero la città. Dall’America al Giappone, curiosi, giornalisti e critici d’arte corsero alla mostra dei Durbè che subito esposero le teste.

Foto storica ritrovamento teste di Modigliani a Livorno, 1984.

La rivelazione shock della burla dei tre ragazzi

A quel punto, i tre studenti universitari decisero di farsi avanti e confessare di essere loro in realtà gli autori della cosiddetta “Testa numero 2”.

In una intervista esclusiva per il settimanale Panorama presentarono come prova della falsificazione una fotografia che li ritrae nell’atto di scolpire una delle teste, ricevendo, come compenso per lo scoop, dieci milioni di lire.

Testata di giornale burla tre teste di Modigliani, 1984.

Paradossalmente, il pubblico dell’Arte accolse la confessione con scetticismo: i ragazzi furono invitati a creare un nuovo falso in diretta, durante uno Speciale TG1.

Lo scopo era dimostrare con i fatti la loro capacità di realizzarlo in “così poco tempo” ma con una somiglianza impressionante agli originali.

Foto storica tre giovani studenti riproduzione in diretta testa di Modigliani.

Ormai la burla subita era innegabile: il critico d’arte Federico Zeri rivolse un invito in diretta televisiva affinché l’autore delle altre due “teste” uscisse dall’anonimato.

L’artista Angelo Froglia si fece allora avanti e precisò che un pescatore con la barca ed un dipendente comunale lo aiutarono nell’impresa.

La fine del miracolo: chiude la mostra del Modì

La mostra al Museo D’Arte Moderna di Villa Maria chiuse: il miracolo del ritrovamento era giunto al termine, nella delusione ed ilarità generale per la burla riuscita.

Foto storica b/n chiusura mostra di Modigliani a Livorno, 1984.

Successivamente, il giornalista Gianni Farneti di Panorama affermerà “Io sono di origini livornesi, ho passato la mia infanzia a Livorno e conosco bene la città i suoi umori. Quando venne fuori che avevano cominciato a scavare per cercare le teste la prima cosa che mi venne in mente fu che qualcuno gliele avrebbe fatte trovare”.

Tuttavia, c’è anche chi continuò a sostenere l’autenticità delle tre teste: il critico Argan ne rimase convinto fino alla morte, nonostante le confessioni e le prove presentate.

Foto storica tre false teste di Modigliani esposte, 1984.

Conclusione

Questa vicenda ha avuto risvolti imprevedibili, che ci ricordano quasi il copione di un avvincente intrigo cinematografico.

Secondo la nostra opinione, storie come questa sono curiose testimonianze della creatività delle persone quando si trovano nelle condizioni ideali.

L’Arte riesce ad ispirare in modi inaspettati: seguiteci per scoprire nuovi scandali nel mondo dell’arte.

L’importanza dello sguardo femminile nell’Arte

Il British Museum a Londra ha inaugurato la nuova mostra “Feminine power: the divine to the demonic” dedicata accuratamente al potere e all’arte femminile.

Se avete occasione vi consigliamo una visita – avrete tempo fino al 25 settembre – per conoscere le artiste più famose nel panorama internazionale e, in tal modo, osservare il corpo femminile attraverso uno sguardo più inclusivo.

Di seguito vi proponiamo una riflessione doverosa sulla differenza di prospettive e sguardi che hanno determinato delle disuguaglianze di genere nel mondo dell’Arte. Questo non per celebrare meccanicamente l’arte femminile in quanto tale, ma per comprendere le invisibili sovrastrutture che influenzano la popolarità, la visibilità e la rappresentazione anche nel mondo dell’Arte ancora oggi.

La tradizione del male-gaze nell’Arte

Nel 1989 sui bus newyorkesi appaiono per la prima volta i poster provocatori delle Guerrilla Girls, rifiutati dal Public Art Fund per mancanza di chiarezza.

Questi manifesti riportavano per la prima volta i risultati di un’indagine decisiva per il mondo dell’Arte: al Metropolitan Museum of Art solo il 5% degli/delle artistə espostə nella sezione Modern Art era donna, ma più dell’85% dei nudi erano femminili. Nel 2012 i risultati della ricerca riproposta erano praticamente i medesimi.

Da questa rilevazione circoscritta al patrimonio del Met casa di più di 2 milioni di opere d’arte – nasce, quindi, una consapevolezza maggiore sulle discrepanze dovute al genere tra artistə e sul cosiddetto “male-gaze” nell’Arte.

Il concetto di male-gaze è stato introdotto nel 1975 da Laura Mulvey, regista e critica cinematografica: secondo la sua definizione, si tratta de “il mostrare o guardare eventi o le donne dal punto di vista di un uomo, attraverso l’utilizzo di mezzi di comunicazione quali cinema, televisione, pubblicità, video musicali, arte e letteratura”.

Adottando questa prospettiva, potreste cogliere alle prossime mostre o esibizioni nei musei storici come la forma femminile venga spesso raffigurata come una fantasia voyeuristica impossibile da raggiungere e realizzare nella vita reale.

Nella pratica, il corpo della donna viene costantemente oggettificato e sessualizzato per il piacere maschile: scorrendo un manuale di storia dell’arte, nella maggior parte dei casi lo sguardo maschile nega ai suoi soggetti la loro individualità e la loro umanità.

Nel libro rivoluzionario Ways of seeing, John Berger contribuì alla comprensione dell’arte e dell’immagine visiva, criticando l’estetica culturale tradizionale occidentale ed interrogandosi sulle ideologie nascoste nelle immagini visive.

Sul male-gaze scrisse: “La donna deve guardarsi di continuo. Ella è quasi costantemente accompagnata dall’immagine che ha di se stessa. […] Gli uomini agiscono e le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne osservano se stesse essere guardate. Ciò determina non soltanto il grosso dei rapporti tra uomini e donne, ma anche il rapporto delle donne con se stesse”.

L’opposto del male-gaze è infatti il female-gaze: uno sguardo empowering ed empatico che mette in rilievo la dinamicità del soggetto e la sua complessità interiore, senza ridurlo ad un corpo seducente.

Si dice che l’Arte imita la vita e viceversa: quanto, quindi, il nostro immaginario collettivo è stato influenzato dall’adozione secolare di una prospettiva prettamente maschile? Quanto ha influito questo sguardo nella nostra formazione artistica ma anche nelle nostre opinioni sulla sessualità, sugli stereotipi di genere e sull’inclusione?

La risposta dirompente: il female-gaze

Allo scopo di colmare questa mancanza di rappresentazione “veritiera” nell’Arte, molte artiste donne nel corso dell’ultimo secolo – in sinergia con i cambiamenti socio-culturali ottenuti dai movimenti femministi – si sono fatte carico di mostrare al mondo la riappropriazione dell’immagine del corpo e dell’identità femminile.

Nel mondo dell’arte, lo “sguardo femminile” è usato in riferimento alla nuova ondata di arte femminista contemporanea, in particolare la fotografia.

Pioniera in questo campo è stata sicuramente Cindy Sherman (1954) con “Untitled Film Stills”, una serie fotografica ispirata ai B movie degli anni Cinquanta in cui l’artista esplora temi come l’autoritratto, l’uso del travestimento e la parodia degli stereotipi imposti dalla società alle donne.

Georgia O’Keeffe (1887-1986), “madre del Modernismo americano”, invece si discostò sempre dall’interpretazione femminista delle sue opere raffiguranti fiori – spesso reputati dalla critica come simboli di organi genitali femminili.

Tuttavia, senza pretese rivoluzionarie, Georgia O’Keeffe mostrò al pubblico più di semplici raffigurazioni erotiche: “un racconto visivo vivido, poetico ed evocativo di una donna sulla propria esperienza del proprio corpo e dei propri desideri”.

Per contro, artiste post-moderniste come Barbara Kruger (1945), attraverso le tecniche di comunicazione di massa ed advertising, hanno affrontato nelle proprie opere le costruzioni culturali di potere, le questioni d’identità, il consumismo e la sessualità.

La maggior parte dei suoi lavori tratta l’idea della donna nell’arte e come la stessa cultura influisca sulla ricezione dell’immagine femminile nell’arte, a partire dalla sua opera esemplare “Your gaze hits the side of my face”.

Tuttavia, secondo un approccio intersezionale, riteniamo giusto sottolineare che nel campo dell’arte le artiste non-occidentali sono ancora uno spettacolo raro nei musei di belle arti. In particolare le artiste nere vengono raramente ricordate e celebrate al pari di artiste bianche: corriamo quindi il rischio di adottare uno sguardo femminile che esclude però le voci e le prospettive di artiste appartenenti a minoranze.

La prima persona afroamericana a laurearsi alla School of the Museum of Fine Arts, Boston, Lois Mailou Jones (1905-1998) scelse di rappresentare nel suo lavoro la vita quotidiana della comunità afroamericana negli Stati Uniti.

Come artista nera negli Stati Uniti dedicò la sua arte ed il suo attivismo alle battaglie contro il razzismo sistemico, traendo forza e protezione dal suo patrimonio culturale di fronte al pregiudizio. Il suo lavoro fu essenziale per l’inclusione dell’esperienza delle minoranze nell’Arte e per una maggiore rappresentazione a partire dagli anni Settanta.

Altresì importante in questo processo di inclusione fu Carrie Mae Weems (1954), artista afroamericana che lavora in testo, tessuto, audio, immagini digitali e video di installazione, ma è meglio conosciuta per la sua fotografia.

Il pubblico la conobbe grazie al suo progetto fotografico dei primi anni ’90 “The Kitchen Table Series”. Le sue fotografie, film e video sono incentrati sulle problematiche che gli afroamericani devono affrontare oggi, come razzismo, sessismo, politica e identità personale.

Conclusioni

Attraverso l’Arte siamo in grado di veicolare emozioni, storie, messaggi in grado di influenzare la percezione delle persone e di creare anche solo un piccolo cambiamento.

Questo scambio ed i possibili effetti dimostrano quanto sia importante riconoscere gli schemi inflessibili da cui l’Arte e gli/le artistə sono stati vincolati per secoli, escludendo lo sguardo e quindi le esperienze delle minoranze.
Per questo motivo abbiamo sempre maggiore consapevolezza sull’importanza dello sguardo attraverso cui interpretare, osservare o persino creare un’opera.

Noi di SupportART ci impegniamo affinché ciascunə possa esprimere la propria identità, creatività e storia e non rimanga esclusə dal mondo dell’Arte. Ognuno di noi può essere un artista e contribuire ad arricchire il patrimonio culturale della propria comunità.

I moti di Stonewall: la rivoluzione per l’arte queer

Nei primi giorni di giugno assistiamo all’improvvisa esplosione di merchandising arcobaleno, accompagnato da messaggi sull’inclusione e sulla diversity da parte delle aziende multinazionali. In molti casi si tratta di mero rainbow-washing, quindi un’appropriazione della lotta LGBTQ+ senza un contributo concreto alla comunità.

D’altra parte questo mese è diventato, a causa di un momento storico preciso, l’appuntamento annuale di rivendicazione per la visibilità della comunità LGBTQ+. Proprio per questo motivo noi di SupportART abbiamo scelto di usare la nostra piattaforma come cassa di risonanza per la storia e l’arte che hanno segnato il mese del Gay Pride, facendovi conoscere gli effetti dei Moti di Stonewall sull’Arte queer ed alcunə artistə che forse non sapevate essere queer.

I Moti di Stonewall: visibilità e rappresentazione queer

Prima delle parate e della festa tra le strade delle città tra mille bandiere arcobaleno, chi si discostava per orientamento sessuale o per identità di genere al sistema eteronormativo era costretto al segreto o a vivere ai margini della società. La comunità LGBTQ+ ha conquistato la possibilità per tuttə di affermare se stessə, la propria identità e quindi esprimerla anche nell’arte a partire dagli avvenimenti del 28 giugno 1969 al Stonewall Inn di New York, all’epoca uno dei pochi locali sicuri per persone queer. L’ennesimo ingiustificato raid da parte della polizia – e la violenza usata contro donne transgender e sex workers – fa scoppiare la rivolta: guidata da importanti figure come Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, per la prima volta, la comunità LGBTQ+ oppose resistenza agli abusi basati sulla discriminazione e sull’’omofobia.

Per la prima volta, le persone relegate alla vergogna ed ai margini rivendicarono il proprio diritto ad esistere ed essere se stessə; con i Moti di Stonewall la comunità LGBTQ+ affermò l’importanza della visibilità e della resistenza contro un sistema omologante e repressivo.

Da allora ogni anno, per commemorare il coraggio delle persone queer al Stonewall Inn, sono organizzate le parate del Pride in molte nazioni al mondo. È l’occasione per celebrare l’accettazione sociale e l’auto-accettazione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, asessuali, non-binarie e queer, dei diritti civili conquistati e dell’orgoglio di appartenere alla comunità LGBTQ+.

L’impatto di Stonewall sull’Arte e la sua legacy

Moti di Stonewall – altresì definiti come “la caduta della forcina che si udì in tutto il mondo” – sono stati il fulcro di un cambiamento epocale: ciò che prima doveva essere nascosto, ora poteva essere rivelato, esibito al mondo. E finalmente moltə artistə queer poterono esprimere liberamente attraverso l’arte la loro identità, la loro esperienza e complessità. Non possiamo fare a meno di soffermarci e sottolineare l’importanza – troppo spesso tralasciata o sminuita – della rappresentazione nell’arte: cerchiamo naturalmente dei punti di riferimento e dei modelli in cui identificarci, in cui riconoscere noi stessi e sentirci parte di una comunità.

Fino ad allora le persone LGBTQ+ erano assenti dai media nordamericani e censurati dal cinema di Hollywood ai sensi del Codice Hays (applicato dal 1930 al 1968), e se nominati erano definitə come pervertitə, affettə da malattie mentali e abomini della natura. Dopo i moti di Stonewall, l’atto di rappresentare la storia o la cultura queer era una presa di posizione politica radicale e più artistə hanno iniziato ad affrontare temi LGBTQ+ e ad affinare un’estetica apertamente queer.

Vi proponiamo quindi di seguito alcune opere ispirate a questo decisivo cambiamento storico, per prepararci alla ricorrenza del prossimo 28 giugno e portare più consapevolezza sulla rappresentazione artistica della comunità LGBTQ+.

L’immaginario collettivo su Stonewall infatti ha ispirato i giganteschi dipinti ad olio di Sandow Birk, artista contemporaneo che riprese le tecniche della pittura storica classica per rappresentare i moti in un contesto eroico. Dimostrano che il movimento contemporaneo per i diritti LGBT fa parte di una gloriosa storia di esseri umani che lottano per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia.

Per commemorare i 10 anni dal moti di Stonewall, nel 1980 l’artista George Segal dedicò la propria arte alla lotta per i diritti civili della comunità queer attraverso l’opera scultorea Gay Liberation”, rappresentante due coppie omosessuali lungo Christopher Street.

Tuttavia l’installazione suscitò alcune critiche: la comunità LGBTQ+ si chiedeva se l’opera rendesse adeguatamente omaggio alla storia rivoluzionaria e tumultuosa delle rivolte di Stonewall: “perché il monumento alla Liberazione Gay (1980), una commissione di George Segal per il 10° anniversario delle rivolte, raffigura quattro figure che socializzano tranquillamente a Christopher Park invece di decine di drag queen che lanciano tacchi alti e strappano i parchimetri dal terreno?“.

Nel 2014, invece, l’artista Mary Button dedicò la propria annuale serie di dipinti “Stations Of The Cross” al tema “The Struggle For LGBT Equality, che porta gli/le spettatorə “in un viaggio attraverso la lotta del XX e XXI secolo per l’uguaglianza LGBT. In ogni decennio degli ultimi due secoli, ci sono esempi profondamente preoccupanti e dolorosi dell’emarginazione dei popoli LGBT“. Il percorso delle sofferenze del Gesù cristiano diventano quindi la chiave di lettura per le sofferenze delle comunità marginalizzate: un simbolo per sensibilizzare anche i punti di vista più conservatori, o forse una provocazione all’ipocrisia dell’omofobia giustificata attraverso la religione cristiana.

Ecco 5+1 artistə che non sapevi fossero queer

Infatti, sebbene l’Arte sia il mezzo per eccellenza per esprimere noi stessi, per dare sfogo alla libertà e alla sperimentazione, purtroppo storicamente essa ha subito un fenomeno di “straight washing”. Molti storici e critici, oltre ai manuali di storia dell’arte comunemente usati nelle scuole italiane, tendono a glissare – o nascondere completamente – sugli orientamenti sessuali o sulle identità di genere di artistə famosə, presentandolə come canonicamente eterosessualə.

I moti di Stonewall sono ricordati come il punto di svolta per la creazione del movimento dei diritti della comunità LGBTQ+ ma, prima della visibilità e di un’orgogliosa rappresentazione, quantə e qualə artistə hanno dovuto celare la propria identità ed il proprio amore?

Ecco a voi quindi alcuni esempi, a partire dal pittore ed incisore Albrecht Dürer (1471-1528), stimato come il più importante esponente del Rinascimento tedesco, sulla cui bisessualità non rimangono molti dubbi grazie alle numerose lettere rivolte ai suoi amanti.

Pionierə nella lotta per il rispetto e l’accettazione dei diritti civili della comunità queer, Gluck rivendicò sempre attraverso le proprie opere la sua identità gender- nonconforming.

Infatti essə (1895-1978) non si identificava ne come donna ne come uomo: voleva solo essere Gluck e sfidava le intransigenti norme di genere apponendo sul retro dei suoi dipinti la scritta: “No prefix, suffix, or quotes”.

Anche Tamara de Lempicka (1898-1980) non nascose mai nelle sue opere la propria attrazione per i corpi femminili, dichiarando apertamente la propria bisessualità.

Inoltre divenne una delle ritrattiste più affermate ed influenti del Novecento grazie al suo originale stile personale, fortemente influenzato dalla corrente artistica dell’Art Decò ed al contempo da cubismo e neoclassicismo.

Definita contro la sua volontà “un’artista surrealista”, Frida Kahlo (1907-1954) ha segnato la storia dell’arte con la candida – a volte turbolenta, ma assolutamente umana – trasposizione della propria realtà interiore in opere in cui esplora temi come le questioni di identità, postcolonialismo, genere, classe, e razza nella società messicana. Solamente negli anni novanta il pubblico mondiale riconobbe la sua bravura artistica e Frida Kahlo venne finalmente consacrata come un’icona per Chicanos, il movimento femminista e il movimento LGBTQ+.

Francis Bacon (1909-1992), conosciuto anche come “il testimone unicamente desolante della condizione umana”, aveva una relazione apertamente gay col modello George Dyer. Ispirato alla carriera artistica dalle opere di Picasso, in alcune delle sue opere si può vedere l’artista esprimere la sua omosessualità, anche se nel suo tipico modo orribile e crudo.

Infine sembra impensabile non citare Keith Haring (1958-1990): apertamente omessuale, non perse mai occasione per denunciare la lotta per i diritti civili e per sensibilizzare su problemi sociali come la cultura consumistica, l’uso e abuso di droga, e sul razzismo.

Haring, inoltre, perseguiva un modello di “arte per tuttə” allo scopo di condividere le proprie opere con il più grande pubblico possibile: questa missione era possibile soltanto portando l’arte al di fuori dai musei e dalle gallerie, e ignorando le regole imposte dalla società ancora oppressiva e conservatrice.

Conclusioni

In questo mese così significativo – in vista delle celebrazioni e parate che prenderanno vita nelle nostre città italiane – crediamo sia importante mantenere vivo il ricordo dei Moti di Stonewall, del cambiamento immenso che hanno comportato e della cultura ed arte che hanno permesso fiorissero.

Abbiamo inoltre scelto di dedicare uno spazio per gli/le artistə che hanno opposto resistenza all’oppressione attraverso l’arte, lottando affinché la loro identità non venisse travisata o nascosta: ricordando il legame tra questə artistə e la loro identità di genere o il loro orientamento sessuale possiamo comprendere al meglio la loro arte, ma soprattutto per rispettare il loro nome e la loro eredità.

Noi di SupportART vogliamo contribuire alla lotta per maggiore rappresentazione e visibilità per gli/le artistə appartenentə alla comunità LGBTQ+ perché crediamo fortemente nella capacità dell’arte di veicolare messaggi, prospettive ed esperienze uniche che ci permettono di creare legami e, forse, imparare ad apprezzare la diversità.

NFT e Artistə: cambia la Realtà ma non i nostri bisogni

Negli ultimi mesi del 2021 abbiamo assistito alla diffusione degli NFT con conseguente corsa alla creazione, via algoritmo, di intere collezioni di non-fungible tokens quotate e vendute per milioni di dollari a livello mondiale. Per avere una buona panoramica su queste nuove opere d’arte, facciamo un breve riassunto delle tappe “storiche” degli NFT.

Se osserviamo il boom e la conseguente evoluzione del mercato degli NFT, non ci troviamo di fronte ad un trend virale effimero: si tratta di una rivoluzione radicale del mondo dell’arte, che gioca secondo i propri schemi e le proprie gerarchie. Complice anche l’isolamento causato dalla pandemia, abbiamo adattato gran parte della nostra vita quotidiana al mondo digitale.

A guidare le persone il bisogno irrinunciabile di una community e la prospettiva di una ricchezza “facile”: non possiamo certo biasimare gli/le artistə che negli ultimi due anni sono stati privati della possibilità essenziale di esibire la propria arte al grande pubblico e trarne profitti. Tuttavia ogni stato di crisi (dal greco antico, letteralmente “punto di svolta”) comporta degli interrogativi sugli effetti preannunciati, soprattutto se riguardanti il mondo dell’Arte, così intrinsecamente ancora legato all’idea della manodopera e dell’unicità di ogni opera. Ci chiediamo quindi come possa essere tutelata l’unicità di ogni NFT e garantiti i diritti d’autore, già bersaglio facile dei lucratori – vedete il caso di Banksy, di cui innumerevoli volte è stato violato il copyright delle sue opere per semplice vendita di merchandising.
Per avere però una buona panoramica su queste nuove opere d’arte, facciamo un breve riassunto delle tappe “storiche” degli NFT.

Le Origini degli NFT

Gli NFT infatti proliferavano già da anni nel web, più precisamente dal 2017, con le prime “rudimentali” opere- considerate semplicemente dei meme all’epoca – come la serie di icone “Crypto Punks” ed l’icona loop “Nyan Cat” ( la prima Gen-Z ricorderà ancora il video su YouTube). La svolta è stata segnata dalla vendita di Everydays: The First 5,000 Days, opera digitale di Beeple, per 69 milioni di dollari all’asta. Oltre a rendere Beeple il terzo artista più costoso al mondo, questa vendita era la prima volta che una prestigiosa casa d’aste offriva un NFT e ciò ha dato prestigio e convalida al nuovo mercato NFT – prima apparentemente condannato alla nicchia digitale.

Ad approfittare dell’emergente notorietà degli NFT ci ha pensato il gruppo BAYC con la serie in 10.000 parti “Bored Ape Yacht Club” – lanciata a maggio – presenta una serie di scimmie con diverse caratteristiche frutto della combinazione casuale dell’ algoritmo impostato. Ad un anno dal successo è innegabile il dominio di Bored Ape Yacht Club sul mercato NFT: basti pensare che il prezzo medio per una singola scimmia si aggira attorno ai 183.820,24€.

Tuttavia l’elemento chiave che ha permesso l’ascesa di questa icona è la garanzia di uno status speciale al compratore/compratrice che consente di accedere ad una community di persone “affini”. Immaginiamolo come il Golden Ticket – trovato non per semplice fortuna ma acquistato volontariamente con un obiettivo specifico – che vi permetterebbe di accedere alla cerchia più esclusiva al mondo. Tra gli attuali 6262 proprietari di BAYC infatti possiamo contare Snoop Dogg, Eminem, Paris Hilton e Madonna: la possibilità di entrare in contatto con una tra le persone più influenti al mondo in un prossimo Metaverso alletterebbe chiunque, specialmente gli/le artistə che cercano una community in grado di tutelarlə in questo nuovo mercato.

A questo fine sono state prontamente create delle piattaforme come il registro dei domini .ART, la quale ha permesso ai creatori di ancorare le loro collezioni, formare comunità e raggiungere un nuovo pubblico.

Il “Rinascimento digitale”

L’ascesa del mercato NFT ha sottolineato l’importanza della digital security e della legge sul copyright in un mondo digitale in cui è necessario garantire un sistema che prevenga il rischio di furti d’arte e tuteli gli/le artistə indipendentemente dal loro successo. Piattaforme come .ART forniscono quindi uno spazio sicuro in cui caricare e vendere i propri NFT senza la preoccupazione che possano essere “rubati” e copiati, nonostante l’elemento imprescindibile di un NFT sia proprio la sua unicità. Inoltre .ART si pone come mediatore in grado di collegare il mondo digitale con le gallerie tradizionali, i musei e le case d’aste.

Questa trasformazione del mercato dell’arte è stata determinata dalla pandemia, che ha portato le vendite di arte online a salire dal 9% al 25% delle vendite d’arte globali totali nel 2021, secondo Art Basel. Tramite le piattaforme create ad hoc, gli/le artistə ora possono formare connessioni più profonde con i collezionisti e gli NFT hanno contribuito a istigare un passaggio dal consumo alla condivisione, secondo il fondatore di ART Ulvi Kasimov.

Da qui l’affermazione per cui – in base alla ricerca Mapping the NFT revolution condotta dal team di Mauro Martino – la tecnologia blockchain, e gli NFT in particolare, hanno innescato un “rinascimento dell’arte digitale”. Per quanto potremmo dubitare di tale affermazione – forti nel nostro nostalgico attaccamento per l’arte visiva tradizionale e lo splendore del Rinascimento italiano – viviamo in tempi frenetici in cui sembra impossibile rimanere costantemente al passo e prevedere l’evoluzione di fenomeno finora considerati intoccabili ed insuperabili: la strategia per il miglior adattamento è la rete o la comunità in grado di tutelarci, di rispondere ai nuovi bisogni ed alla possibilità di realizzarci.

Ricordiamoci infatti che l’Arte non è un simulacro distaccato dalla nostra vita, ma nasce e si trasforma insieme all’essere umano: siamo noi a definire cosa è arte ed a conferire canoni e chiavi di lettura. Di pari passo con la nostra evoluzione progressiva verso la realtà virtuale abbiamo intrapreso anche una virtualizzazione delle arti, trasponendo l’istinto creativo e la condivisione della bellezza online.

Conclusioni

In una recente intervista per Creative Bloq, l’artista VFX Bilali Mack condivide il suo ottimismo verso la rivoluzione dell’arte, in quanto gli NFT e la tecnologia blockchain potrebbero finalmente garantire un empowerment per gli/le artistə, in particolare per coloro appartenenti a minoranze etniche e/o sociali finora indubbiamente discriminate nel mondo dell’arte: “Gli NFT sono un ottimo modo per livellare il campo di gioco per le persone di colore, per le donne, per qualsiasi comunità che si possa immaginare che sia stata priva di diritti civili o sia stata lasciata fuori in qualche modo“, afferma Mack. Quindi gli NFT rappresentano la possibilità per nuove voci di emergere e di realizzare innovativi progetti che altrimenti verrebbero ignorati dai media mainstream e dai bias dell’algoritmo sui social media: ciò è possibile perché tuttə gli/le artistə possono avere accesso a raccolte fondi ed avere il controllo completo del loro messaggio e della loro arte.

Riassumendo le opinioni condivise dagli/dalle artistə, tre sono i fattori che hanno inciso maggiormente sul passaggio all’arte virtuale e scatenato la quasi precipitosa corsa a fine del 2021 per unirsi alle piattaforme come OpenSea e .ART: indipendenza, accessibilità e comunità. Inoltre le possibilità di guadagno sono nettamente superiori senza l’intercessione di studi o gallerie d’arte e gli/le artistə nel mondo digitale stanno finalmente ottenendo il controllo del loro successo.

Nonostante le difficoltà rappresentate dal nuovo mercato degli NFT e l’incertezza che accompagna i primi passi verso la costruzione ed affermazione di un delicato “ecosistema” virtuale, è innegabile che il cambiamento stia avvenendo e sia un’opportunità per stabilire nuove regole che garantiscano equità e tutela per gli/le artistə.

Anche noi si SupportART vogliamo fare parte di questa innovativa frontiera dell’Arte, poiché crediamo nell’importanza di creare una community sicura e stimolante per qualunque artista. Anziché rimanere sospesə nel timore di correre il rischio, vogliamo mettere a vostra disposizione una sezione del nostro sito e della nostra comunità per vendere e comprare NFT in modo sicuro. Se siete anche voi dei/delle creatorə che cercano una piattaforma per le proprie opere digitali o conoscete qualcuno a cui potrebbe essere utile, non esitate a contattarci: la rivoluzione dell’arte è un’occasione per creare comunità e realizzare al meglio il potenziale della realtà virtuale.

Biennale Arte 2022: Sogni su una nuova Umanità

Siamo affamatə di arte, di nuove prospettive, di riscoperta attraverso paradigmi che rompano con la tradizione, di risposte alle nostre inquietudini: la Biennale d’Arte può offrirci gli spunti per la ripartenza, guidandoci in un percorso onirico e pionieristico sulla nostra umanità.
Il nostro team di SupportART si è immerso pochi giorni fa in questo viaggio introspettivo ed al contempo collettivo per rendere ora partecipi anche voi, seppure consigliamo a tuttə di partecipare in prima persona a questa esposizione.

Posticipata di un anno a causa della pandemia Covid-19, da poche settimane è stata inaugurata la 59. Esposizione Internazionale d’Artesi svolgerà dal 23 aprile al 27 novembre 2022 – organizzata dalla Biennale di Venezia e curata da Cecilia Alemani, (nota doverosa: per la prima volta negli oltre 127 anni di storia dell’istituzione veneziana, è una donna a ricoprire il ruolo di curatore e direttore artistico).

La Mostra “Il latte dei sogni” prende il titolo da un libro di favole di Leonora Carrington in cui l’artista surrealista descrive “un mondo magico nel quale la vita viene costantemente reinventata attraverso il prisma dell’immaginazione e nel quale è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da sé”. Ed è proprio questo titolo, sotto forma di monolite bianco, ad accoglierci all’ingresso della mostra all’Arsenale: una tela candida, quasi un invito ad abbandonare i canoni tradizionali e le considerazioni scolpite nelle nostre menti sull’arte e ad accogliere un successivo caleidoscopio di colori, forme, corpi, quasi-corpi, passati e futuri possibili per l’essere umano.

Gli artisti hanno infatti sviscerato e rielaborato secondo la loro prospettiva i temi centrali proposti, quali: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, la relazione tra gli individui e le tecnologie, i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra. Nonostante siano temi da sempre indagati per mezzo delle arti, l’innovazione palpabile della 59. Esposizione Internazionale è amplificare i punti di vista e le storie fino ad ora escluse in un panorama governato da una visione patriarcale e occidentalizzante.

Vengono esposte infatti 1433 opere firmate da 213 artistə provenienti da 58 nazioni e, per la prima volta, una mostra del calibro della Biennale d’Arte di Venezia sceglie consapevolmente di promuovere artistə donne, trans, non-binary, POCs ed artistə indigeni.
Secondo la critica, divisa in due fazioni in queste prime settimane dall’apertura tra chi apprezza la sfida de Il latte dei sogni e chi invece è rimasto disorientato dalla prospettiva intersezionale, si può comunque parlare di una riscrittura della storia dell’arte. Forse in questi anni di pandemia abbiamo sviluppato un nuovo appetito – stanchi e stanche ormai di una arte bigotta e cristallizzata: abbiamo assunto maggiore consapevolezza sulle disparità sociali e sul ruolo della cultura per abbattere le discriminazioni perpetrate ed ora vogliamo vedere rappresentato questo nuovo mondo che si discosta dai canoni classici e dai costrutti sociali occidentali.

Sembrano assurde dunque le accuse rivolte da alcuni critici di aver “strizzato troppo l’occhio al politically correct”: da sempre vi è uno scambio simbiotico tra l’arte ed il sociale – in alcuni casi è impossibile scinderli tra loro – ed in questo momento storico così inquieto gli/le artistə hanno percepito una nuova era di consapevolezza, di ricerca e di rivalutazione della visione moderna e occidentale dell’essere umano – in particolare la presunta idea universale di un soggetto bianco e maschio, “uomo della ragione” – come il centro dell’universo e come misura di tutte le cose.
È questa decostruzione dell’ideale a rapire lo sguardo: a noi spettatorə la scelta di farci trasportare in questo viaggio intimo sull’essenza e sull’esperienza dell’essere umano secondo il ritmo anarchico dei sogni. Il nostro percorso si è aperto infatti con i quadri in bianco e nero dell’artista cubana Belkis Ayòn che diventano preludio del racconto sui corpi, sui miti e sulla spiritualità delle culture postcoloniali finora rimaste sconosciute o “di nicchia” nel panorama artistico italiano.
Proprio l’inclusione di questi punti di vista variegati apre lo sguardo alle storie di esclusione e di discriminazione basate sull’identità personale e nazionale grazie alle opere di Simone Leigh, Gabriel Chaile, Rosana Paulin, Safia Farhat e Tau Lewis (per citare alcunǝ artistǝ che ci hanno particolarmente colpito). Con ciò l’indagine sulla definizione di umano e sul suo cambiamento si snoda attraverso opere dall’impatto arcaico e psichedelico in grado di coinvolgere i sensi, facendo leva sulla nostra curiosità verso il bizzarro.

Dalla comunione dell’essere umano con la natura – spinta fino alla fusione – si passa alla possibilità di un’umanità cyborg, biologicamente integrata con la tecnologia artificiale che permette funzioni ed abilità potenziate in una società che ordina prestazioni sempre più meccanizzate. Se credete di avere visto abbastanza con alcune puntate di Black Mirror, le artiste Marianne Brandt, Tishan Hsu e Louise Nevelson si sono spinte ben oltre nel rappresentare questi possibili ibridi tra essere umano e macchina.

Sebbene tutte le opere siano intrise di una componente di denuncia sociale, assumono un ruolo monumentale le installazioni di Barbara Kruger – spietata nella critica contro il giuramento alla bandiera americana e contro l’influenza mediatica – e di Lynn Hershman Leeson, impegnata invece con temi di sorveglianza, privacy ed intelligenza artificiale. Attraverso un Neo Surrealismo vivificante ed intriso di attivismo, nelle sale dell’Arsenale dominano pittura, fotografia, linguaggio grafico e arazzi, mentre la scultura e le installazioni audiovisive occupano uno spazio proprio che ne accentua la rilevanza quasi sacrale e di grande impatto visivo: potreste rimanere anche voi affascinatə e colpitə nel contemplare i video degli/delle artistə Luyang, Diego Marcon e Marianna Simnett. Senza svelarvi ulteriori dettagli e rischiare eccessivi spoiler, il nostro viaggio all’interno dell’Arsenale si conclude con toni quasi mistici attraverso – letteralmente – l’installazione dell’artista Precious Okoyomon.

Una selva oscura che ci riporta agli albori dell’umanità, al timore reverenziale di trovarsi immersi nella natura e di confrontarsi con parti più intime della nostra essenza umana. Lasciandoci alle spalle questa foresta quasi primordiale, suonano ancora più vere le riflessioni della curatrice Cecilia Alemani: “La pressione della tecnologia, l’acutizzarsi di tensioni sociali, lo scoppio della pandemia e la minaccia di incipienti disastri ambientali ci ricordano ogni giorno che, in quanto corpi mortali, non siamo né invincibili né autosufficienti, piuttosto siamo parte di un sistema di dipendenze simbiotiche che ci legano gli uni con gli altri, ad altre specie e all’intero pianeta”.

Forse ora vi starete chiedendo il perché SupportART abbia condiviso questa review su Il latte dei sogni basata semplicemente sull’esperienza personale del nostro team. Crediamo che questo sia il modo migliore per valorizzare l’arte, a partire dal racconto con umiltà e con entusiasmo delle emozioni e delle riflessioni che le opere esposte ci hanno suscitato.
Sosteniamo inoltre che l’arte non sia un mondo a sé stante, distaccato dalla vita di tutti i giorni e dalle nostre routine frenetiche: l’arte è condivisione, è un tassello fondamentale della nostra umanità che ci permette di conoscere altre persone, altre culture, altre prospettive e di stringere un legame con il mondo e con noi stessə.

Noi di SupportART vogliamo prenderci cura di questa potente condivisione e degli/delle artistə che volessero prendere parte alla nostra community. La nostra missione infatti non è trarre profitti sterili dalle arti, ma costruire e coltivare una rete di supporto e di condivisione tra artistə – riferendoci al ruolo “professionale” – e chiunque ami l’arte e voglia contribuire con le proprie abilità e possibilità a supportarla. Proprio a partire dai/dalle grandə artistə del passato – quei giganti che ci hanno lasciato opere di cui ancora parliamo, ci innamoriamo, usiamo come riferimento per le battaglie personali e collettive – vogliamo dare la possibilità agli/alle artistə contemporaneə di creare sotto forma di tutte le arti.

Non ci fermiamo infatti solo alle arti visive: continuate a seguirci, presto vi faremo conoscere tutte le nostre iniziative! E nel frattempo, se avete la possibilità, vi consigliamo di perdervi per qualche ora nel mondo profondamente umano dei sogni nelle sale dell’Arsenale.

FIN